Gettiamo subito la maschera: il sottoscritto ha una figlia, Penelope, detta Penny. La scelta del nome ha origini ben più profonde dell’assonanza con un personaggio di una serie TV, ma il fatto di poter bussare alla porta della sua cameretta esclamando: “Knock, knock. Penny. Knock, knock. Penny. Knock, knock. Penny” è sicuramente una cosa che io e la mamma abbiamo preso in considerazione.
Se avete letto queste parole con la cadenza giusta — nasale, precisa, quasi monocorde — sapete già di cosa stiamo parlando. È una litania generazionale che divide chi The Big Bang Theory l’ha vissuta da chi l’ha solo sentita nominare.
The Big Bang Theory è stata la prima serie a prendere la cultura geek — i fumetti, Star Trek, Dungeons & Dragons, le carte collezionabili, le equazioni sulla lavagna — e portarla davanti a milioni di persone che di quella roba non sapevano nulla. E a farlo prima che essere nerd diventasse cool. Prima di Iron Man. Prima del MCU. Prima dei cosplay al Comic-Con o al Lucca Comics.
Prima che i nerd fossero cool: il 2007 e il mondo che non c’era ancora
Quando The Big Bang Theory debuttava il 24 settembre 2007 giocare a D&D ti rendeva strano. Collezionare fumetti era roba da seminterrato. E se capitava di fare riferimenti a Star Trek a una festa, la festa per te era finita. La serie di Chuck Lorre e Bill Prady si infila in quella precisa intercapedine culturale: prende quattro cervelloni della Caltech — brillanti, inadeguati, ossessionati dalle cose “da sfigati” — e li mette di fronte a una ragazza bionda della porta accanto.
In quegli stessi anni le sitcom americane stavano cambiando pelle: How I Met Your Mother sperimentava con la struttura narrativa, The Office portava il mockumentary nel mainstream, Modern Family vinceva cinque Emmy consecutivi con il single-camera. TBBT faceva la scelta opposta: formula vecchia scuola — multi-camera, pubblico in studio, risate vere — per un contenuto che nessuno aveva mai portato a quel pubblico.
La variabile Penny: quando il nerd smette di parlare solo a se stesso
Il colpo di genio della serie ha un nome: Penny. Non è solo l’amore a prima vista di Leonard (“I nostri bambini saranno intelligenti e belli“): è il ponte. Ogni volta che Sheldon cita la teoria delle stringhe, ogni volta che Howard e Raj discutono su chi vincerebbe in una gara di corsa tra Superman e Flash — o su quale sia il Batman definitivo, dibattito che in quella casa avrebbe generato almeno tre stagioni di litigate — c’è Penny che chiede “ma che state dicendo?” — e in quella domanda si ritrova anche lo spettatore medio, quello che di fisica quantistica e di Battlestar Galactica non sa nulla.
Ma Penny non resta ferma. Stagione dopo stagione, assorbe. Impara il lessico, capisce i riferimenti, arriva a usarli lei stessa — e ogni volta se ne stupisce, come quando cita la Morte Nera nell’episodio 12×08 “La deviazione della consumazione“. È l’arco narrativo più sottile della serie, e il più onesto: racconta quello che succede davvero quando il mondo geek smette di essere ghettizzato e diventa linguaggio condiviso.
Le tre stagioni d’oro di The Big Bang Theory
Le prime tre stagioni di The Big Bang Theory sono semplicemente perfette — e lo dico da uno che le ha viste e riviste fino a conoscerle quasi a memoria. La comicità nasce dalla cultura geek stessa: le battute funzionano perché sei dentro quel mondo. Come quando nella 2×11, “L’ipotesi dei sali da bagno“: Penny regala a Sheldon un tovagliolo usato da Leonard Nimoy, Sheldon la abbraccia — la prima volta in tutta la serie in cui il gesto arriva senza calcolo. In quella scena c’è tutto il nerdismo come linguaggio emotivo.
Poi arrivano le relazioni. Amy Farrah Fowler entra nella vita di Sheldon. Bernadette Rostenkowski in quella di Howard. Leonard e Penny si prendono e si lasciano con movimento periodico (se il termine vi suona familiare, è perché in fondo The Big Bang Theory è anche questo: fisica applicata ai sentimenti).
Dalla quarta stagione il baricentro si sposta: meno nerdismo, più dinamiche di coppia. La serie inizia a somigliare a Friends — stessa struttura a coppie, stesso luogo fisso (il divano del 4A al posto del Central Perk), stessa alternanza tra crisi sentimentali e gag di gruppo. Solo che Friends era nata per fare quello: The Big Bang Theory no, e quando prova a giocare sullo stesso terreno, si sente che non è casa sua.
Le coppie, infatti, tendono a cristallizzare i personaggi anziché liberarli: Leonard resta l’eterno innamorato di Penny. Raj supera l’incapacità di parlare con le donne, ma il suo arco sentimentale diventa un loop che gira a vuoto. Howard — prima scapolo improbabile, poi marito e padre — finisce per sostituire la dipendenza dalla madre con quella da Bernadette.
Le figure femminili, soprattutto nelle stagioni centrali, poi, funzionano troppo spesso come catalizzatori delle debolezze dei partner. Bernadette esiste in funzione dell’immaturità di Howard. Amy è il caso più ambiguo: introdotta come clone femminile di Sheldon, viene trasformata in una donna che desidera affetto, contatto, normalità. Ma troppo spesso questa evoluzione serve a mettere in scena la chiusura di lui, non la crescita di lei.
Chi cresce davvero sono Penny e Sheldon. Lei arriva come aspirante attrice senza direzione e chiude come donna con una carriera e una consapevolezza che le prime stagioni non lasciavano presagire. Lui parte come individuo asociale e impara — con una lentezza che è la cosa più realistica della serie — a voler bene, a fidarsi, a ringraziare. Sono i due personaggi più amati perché sono gli unici a cui dodici stagioni hanno dato qualcosa che non avevano all’inizio.
Va anche detto, per onestà intellettuale, che senza Jim Parsons, The Big Bang Theory non sarebbe stata la stessa cosa. Quattro Emmy, un Golden Globe, e un personaggio — Sheldon Cooper — che ha trasceso la serie al punto da generare uno spin-off (Young Sheldon), far entrare “Bazinga” nel vocabolario pop globale e trasformare un fisico teorico con manie ossessivo-compulsive in uno dei personaggi comici più riconoscibili degli ultimi vent’anni.
Buffo pensarlo, considerando che nella serie Sheldon non è nemmeno in grado di comprendere il sarcasmo.
Il secondo cast: quando i comprimari rubano la scena (e a volte la serie)
Una delle qualità più sottovalutate di The Big Bang Theory è il suo ecosistema di personaggi secondari. La Signora Wolowitz: un personaggio che non si vede mai in dodici stagioni. La si sente urlare da un’altra stanza, la si può solo immaginare e un po’ temere. In qualche modo è più presente di personaggi che hanno dieci volte il suo screen time — un capolavoro di scrittura per sottrazione. Quando la serie le dice addio, dopo la scomparsa dell’attrice Carol Ann Susi, il vuoto si sente per davvero.
Poi c’è il Professor Proton, idolo d’infanzia di Sheldon interpretato dal leggendario Bob Newhart, che grazie a questo ruolo vinse il suo primo Emmy in una carriera lunga decenni. Proton diventa per Sheldon una specie di Maestro Jedi, una figura paterna alternativa che gli appare persino in sogno. E poi il sottobosco: Barry Kripke, arcinemico accademico con la sua erre moscia leggendaria. Leslie Winkle, prima fiamma di Leonard e voce della ragione scientifica. Zack Johnson, fidanzato di Penny la cui ammirazione per la mente di Leonard era quanto di più sincero ci si potesse attendere dal suo personaggio.
Ma il vero arco nascosto è quello di Stuart Bloom, il proprietario del negozio di fumetti. Parte come comprimario da una battuta a episodio, finisce per diventare parte integrante del gruppo — con una traiettoria malinconica e ironica che lo rende forse il personaggio più realistico dell’intero cast. Stuart non ha il QI da genio, non ha la sicurezza, ha un negozio che va male e una dignità silenziosa che si ritaglia il suo spazio.
Il pantheon nerd vivente: i cameo che hanno fatto la storia
The Big Bang Theory ha trasformato i suoi cameo in momenti di evento. Non comparse da red carpet: incontri tra personaggi e i loro idoli, con tutto il disagio e la comicità che ne consegue. Stephen Hawking capace di trollare Sheldon con commenti acidi sui forum. Stan Lee che emette un ordine restrittivo (appeso con orgoglio accanto a quello di Leonard Nimoy).
Mark Hamill che officia il matrimonio di Sheldon e Amy. James Earl Jones che trascina Sheldon in una serata folle fino a casa di Carrie Fisher. Wil Wheaton come nemesi ricorrente per tutta la serie. E poi LeVar Burton, William Shatner, George Takei, Bill Nye, Steve Wozniak, Buzz Aldrin: un pantheon nerd vivente costruito con una naturalezza che altre produzioni si sognano.
Ride con i nerd o ride dei nerd? Il dibattito che non si è mai spento
Ed eccoci al nodo. La critica più feroce che The Big Bang Theory si è portata dietro per dodici stagioni è questa: la serie non celebra la cultura nerd, la usa come punchline. I personaggi dicono cose nerd, ma la risata scatta perché Sheldon è strano, non perché quello che dice è brillante. Il confronto con The IT Crowd è il più citato dai detrattori: lì le battute sono la cultura nerd, qui la cultura nerd è solo il contesto delle battute.
C’è del vero in tutto questo, e negarlo sarebbe disonesto. Ma The Big Bang Theory non è più stereotipata di Friends con i newyorkesi squattrinati in appartamenti da un milione di dollari, o dei Simpson con l’americano medio. La differenza è che i nerd, per anni abituati a non vedersi rappresentati, quando finalmente si sono visti su uno schermo hanno preteso — forse giustamente — una rappresentazione che fosse loro, non una caricatura vista con gli occhi di chi sta fuori.
La mia posizione, dopo averla vista e rivista più volte di quante voglia ammettere senza vergogna, è questa: The Big Bang Theory ride con noi quando la scrittura è forte — nelle prime stagioni, nei cameo, in ogni momento in cui il riferimento è autentico. Ride di noi quando diventa pigra, quando un “Bazinga” sostituisce una battuta vera.
E se devo scegliere, scelgo una serie che per dodici stagioni ha messo i nerd al centro della scena — anche imperfettamente — piuttosto che una che non ci avrebbe mai provato. The IT Crowd è più intelligente, sì. Ma The Big Bang Theory ha avuto un successo planetario. Il che non giustifica ogni compromesso — ma per chi ha passato anni a sentirsi dire che le cose che amava erano strane, essere finalmente visibili conta, anche dentro una sitcom imperfetta.
Il saluto finale: dodici stagioni, un Nobel e un ascensore riparato
Dopo dodici stagioni e 279 episodi, The Big Bang Theory si congeda con il Nobel per la fisica di Sheldon e Amy, e un ascensore che dopo sedici anni di inattività finalmente torna a funzionare. Un dettaglio che sembra una metafora, e probabilmente lo è.
La fine è forse un po’ frettolosa — alcune porte si chiudono per dovere più che per necessità narrativa, la gravidanza di Penny sa più di convenzione che di coerenza — ma ha la dignità di una serie che non si è mai tradita del tutto. Non è il finale di Breaking Bad, inevitabile e perfetto. Non è il disastro di Game of Thrones. È un congedo onesto, con qualche compromesso. Come la serie stessa.
E se Penny non ha mai avuto un cognome — scelta inizialmente involontaria che i produttori decisero di mantenere come mistero permanente — forse è perché non avrebbe aggiunto nulla.
“Knock, knock. Penny. Knock, knock. Penny. Knock, knock. Penny” è tutto ciò che ci basta per riaccendere quella nostalgia di cui non sapevamo di avere bisogno.
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