Kaoru Hanayama, il gigante della yakuza di Baki

Fenomenologia di Kaoru Hanayama: l’uomo che non cade mai

Non è il protagonista né il più forte, ma è l'unico personaggio di Baki che non ha bisogno di allenarsi. E forse è proprio questo a renderlo impossibile da dimenticare

Esiste una sola regola, nel mondo di Baki Hanma: il forte mangia il debole. È la legge dell’Orco — Yujiro Hanma, la creatura più forte della Terra — e basta a capire cosa tiene insieme tutto il resto. In Italia l’opera di Keisuke Itagaki resta un culto di nicchia, eppure avrebbe tutto per sfondare: un roster di combattenti tra i più assurdi in circolazione, che se le danno di santa ragione spesso senza alcun apparente motivo: a volte per regolare conti, a volte per imporre una decisione, a volte per il puro gusto di stabilire chi cade per primo.

Perché è questo, in fondo, l’unico credo di Baki: la forza. Non la tecnica, non la strategia, non la vittoria ai punti ma la forza come legge fisica, misura ultima di ogni cosa, il faro attorno a cui ruota un intero mondo di corpi impossibili. E in mezzo a questa pletora di superuomini (alcuni più super di altri) ce n’è uno che non è il protagonista, non è il più forte in assoluto, e che sin dalla prima apparizione si è preso la scena e il cuore di chi scrive: Kaoru Hanayama. Il giovane boss della yakuza. L’uomo che non cade mai. L’unico, in tutto l’universo di Itagaki, che non ha bisogno di allenarsi per diventare più forte.

Il corpo che si allena da solo: l’unica eccezione dell’universo di Baki

Baki è, prima di ogni altra cosa, un’opera sull’allenamento. Tutti, lì dentro, si guadagnano la forza a suon di sacrificio: Doppo Orochi con cinquant’anni di karate alle spalle, i maestri cinesi con tradizioni millenarie, il protagonista stesso che insegue la leggendaria forza del padre spaccandosi la schiena in palestre improbabili e allenamenti ai limiti della realtà. La crescita passa dal dolore, sempre. È l’unico linguaggio che l’opera conosce: l’allenamento, la fatica, il limite superato di un centimetro alla volta. Ogni volta.

Hanayama è l’unico a cui questo linguaggio non si applica. Non ha una scuola in cui imparare le basi. Non ha un maestro che gli faccia da mentore. Non ha una disciplina il cui solo nome incute timore reverenziale. E, dettaglio che vale l’intero personaggio, non ha nemmeno un arco di allenamento: la narrazione di Itagaki dichiara nero su bianco che il suo corpo si potenzia da sé, in automatico, a un livello tale che allenarlo sarebbe tempo perso. In un manga che ha fatto del sudore il proprio credo, esiste un solo uomo su cui quel sudore non ha alcun effetto.

La sua forza è un dato di nascita, non una conquista: è l’Obelix dell’universo di Itagaki, quello finito nella pozione da neonato, che la potenza se la porta addosso una volta per tutte mentre tutti gli altri devono berne un sorso alla volta, allenamento dopo allenamento. A poche ore dalla nascita stringeva già abbastanza forte da quasi spezzare il dito di un parente: non c’è un “prima” e un “dopo”, non esiste una versione debole di Hanayama da cui quella potente si sarebbe evoluta. C’è solo Hanayama, uguale a se stesso, gigantesco da sempre. Ed è proprio questa assenza di percorso a renderlo, paradossalmente, la cosa più pura di tutta l’opera: la forza senza alibi, senza storia, senza merito. Semplicemente c’è, come un dono.

Squali, triceratopi e un dinamometro che si arrende: la forza come mito

Ogni combattente di Baki ha una tecnica con un nome. Hanayama ha una presa, e basta quella. Itagaki ce ne comunica la portata con la classica iperbole del franchise, da leggere come mitologia a fumetti, non come anatomia: sott’acqua, a mani nude, affronta uno squalo bianco e lo uccide schiacciandogli il cervello.

Quando incontra Pickle — l’uomo preistorico che divide il mondo in due categorie, prede e predatori — accade una cosa mai vista: il cavernicolo lo valuta più forte di un triceratopo, ed è il primo umano che riconosce come rivale e non come cena. Un poliziotto prova a misurargli la stretta con un dinamometro: lo strumento non ce la fa. Piega monete per noia, stacca la portiera di un’auto in corsa, accartoccia una pistola con una mano. Tutte cose che nei manga e negli anime di lotta si vedono di continuo. Ma nessuno le fa come Kaoru.

Sì, ‘nessuno le fa come Kaoru’ è un parere personale, e come tale lascia il tempo che trova. Ma il punto non è nemmeno stabilire chi picchia più forte, lo sport preferito di ogni fandom, quello che ci ha spinti a ordinare i dieci power system che hanno costruito la nostra idea di potere. La domanda vera, con Hanayama, è un’altra: non quanto colpisca forte, ma da dove venga quella forza. E non viene da nessuna parte.

Non è kung-fu, non è karate, non è una tecnica di respirazione segreta. Dove Retsu Kaioh ha mille anni di tradizione cinese dietro ogni colpo, Hanayama ha ‘solo’ il braccio. Nessuna scuola, nessuna mossa segreta: solo la stazza e un gesto che chiude il discorso, come le risse che Bud Spencer sbrigava con uno schiaffo (qui, però, con qualche litro di sangue in più). E quel braccio — che da solo riempie il vuoto lasciato dall’assenza di scuola e di tecnica — è esattamente il punto.

Il tatuaggio sullo schiena del personaggio di Baki Hanma Kaoru Hanayama
Dal web

Kaoru Hanayama, The Standing Man: quando restare in piedi vale più della vittoria

È qui che Hanayama smette di essere “quello forte” e diventa un simbolo. Sulla schiena porta un tatuaggio che ogni capo della sua famiglia eredita, e quel tatuaggio ha un nome: l’uomo che resta in piedi. Non è un ornamento. È una condizione di vittoria. Ed è un’idea quasi eversiva, perché Baki è un’opera di tornei, un genere ossessionato dal colpo che picchia più forte, dall’arbitro che fa partire il conteggio, dal risultato ufficiale: vittoria o sconfitta.

Hanayama ridefinisce cosa significhi vincere. Katsumi Orochi, prodigio del karate e proprietario del velocissimo Mach Punch, lo batte ufficialmente. Eppure è lo stesso Katsumi ad ammettere di aver perso: tre colpi puliti che avrebbero steso chiunque, e Hanayama che sceglie di non cadere. Il tabellone dice una cosa, i due uomini ne sanno un’altra. La sua condizione di vittoria non è mai stata il verdetto dell’arbitro. Era la posizione verticale.

La prova provata di quel tatuaggio è lo scontro con Spec, uno dei cinque condannati a morte. Spec combatte sporco: infila a Hanayama una manciata di proiettili in bocca e gliela serra, facendoglieli esplodere in faccia. Hanayama non cade. Vince, con la presa, e per un tratto porta una maschera a coprire ciò che ne resta. Poi la toglie: le cicatrici, come sempre, non le nasconde. L’anime Netflix sceglie una via ancora più eloquente: il duello è narrato da un giovane poliziotto sconvolto, in preda al terrore reverente. La scena più iconica di Hanayama non la vediamo nemmeno: ce la raccontano, come si racconta una leggenda.

A chi è cresciuto con altri miti, tutto questo suonerà familiare: è Rocky Balboa. Rocky non deve battere Apollo, nessuno è mai arrivato in fondo ai quindici round con lui, e arrivare in fondo è già l’intero premio. Perde ai punti e vince tutto. Hanayama è lo Standing Man senza i guantoni. E parla pochissimo: in un’opera dove ognuno narra la propria muscolatura, lui ascolta e colpisce. Il carisma sta nel silenzio, nell’uomo che non ha bisogno di spiegarsi perché il corpo ha già spiegato tutto.

L’uomo che non cade e l’unica cosa che riesce a farlo cadere

Ma un codice così magnifico è anche una gabbia. Nella saga di Baki-Dou arriva Musashi Miyamoto, il leggendario spadaccino riportato in vita, che porta due cose a cui Hanayama non sa rispondere: un’arma e la volontà di uccidere. Contro chi non condivide le stesse regole, restare in piedi non basta più. Musashi trova l’unico varco — lo stomaco, il punto molle sotto la corazza — e lo riduce quasi in fin di vita. La velocità fa lo stesso: Katsumi, Baki, Musashi lo battono più veloci di un corpo fatto per incassare, non per schivare. L’onore che lo rende grande è la stessa cosa che lo espone a chi quell’onore non ce l’ha.

E poi c’è la crepa che nessun muscolo copre. La madre di Hanayama è morta di cancro; a trentacinque anni ne dimostrava novanta, e lui la andava a trovare di continuo. A Baki — cresciuto da una madre che lo picchiava perché non abbastanza forte, ossessionata solo da Yujiro — Hanayama confessa qualcosa che spiazza: lo invidia, perché sua madre è ancora viva. L’uomo che non cade mai, messo in ginocchio dall’unica cosa che la forza non può afferrare. C’è tutto il personaggio in quella confessione: una potenza totale, e del tutto inutile proprio dove servirebbe di più.

Ecco perché Hanayama resta impresso pur non essendo il più forte, né il protagonista. In un’opera dove tutti inseguono la vetta, lui è l’unico che non ha mai iniziato la scalata: non c’era niente da scalare. Non insegue Yujiro, non sogna il titolo di combattente più forte del pianeta. Combatte per lealtà, per curiosità, per il gusto di restare dritto davanti a chi vorrebbe piegarlo. Le sue cicatrici, insieme al suo tatuaggio, sono la parte più autentica del personaggio: raccontano battaglie, sacrifici, fedeltà a un codice d’onore. Se dovessimo comprimerlo in una formula: un otokodate — l’uomo d’onore alla vecchia maniera, di quelli che proteggono i deboli — senza cicatrici non è davvero un otokodate. Non sono le ferite a rendere grande Hanayama, ma il fatto che, nonostante tutto, resti in piedi.

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Luca Servadei fondatore Nerdophobia
Luca Servadei

Luca Servadei è giornalista e content strategist con una passione totale per anime, manga e cultura pop. Fondatore di Nerdophobia, racconta storie, analisi e curiosità del mondo nerd con uno sguardo critico e carico di nostalgia. Sempre in bilico tra SEO e shonen