Guida ai videogiochi: cosa giocare e in che ordine

Guida galattica per chi vuole iniziare a videogiocare: cosa provare, in che ordine e perché

Non serve essere speedrunner per divertirsi. Serve solo il gioco giusto al momento giusto. Qui trovi un percorso — dai primi passi alle saghe che cambiano standard — con una sola regola: niente ansia da backlog

Il claim di Nerdophobia, ormai, abbiamo imparato a conoscerlo: “La cultura pop senza ansia da prestazione“. C’è però anche un’altra ansia, altrettanto opprimente per chi trova nei videogiochi non solo un passatempo ma anche una sorta di universo parallelo in cui rifugiarsi e vivere una vera e propria “Second Life”: quella da backlog. Se sei finito su questa guida ai videogiochi, presumibilmente non conosci la sensazione di sentirti travolto da un infinito elenco di titoli acquistati e mai nemmeno avviati e, fidati, è un bene. Proprio per evitarti di incappare in questo errore, abbiamo pensato di scrivere una mappa per aiutarti a iniziare un viaggio che, per molti, sembra troppo arduo da intraprendere.

Come abbiamo scritto nella nostra guida galattica per innamorarsi degli anime, il primo grande equivoco è sempre quello di pensare che per iniziare serva un’impresa titanica. No. Serve una bussola. Non un catalogo, non una classifica, non l’ennesima top-100 dove al primo posto c’è Ocarina of Time (che sì, è un capolavoro, ma non è il primo gioco che dovresti toccare se non hai mai preso un pad in mano). Serve qualcuno che ti dica: parti da qui, con il tempo che hai, e fidati.

Prima regola della guida ai videogiochi: non partire dal boss finale

Esistono titoli che, con la loro incredibile potenza comunicativa ed evocativa, sono ormai entrati nell’immaginario pop di tutti. Sicuramente avrete sentito parlare di Elden Ring e magari la tentazione di partire proprio da lì potrebbe essere forte. Ma sappiate che se qualcuno vi consiglia di iniziare a giocare con Elden Ring, vi vuole male. Non perché non sia un titolo straordinario, di fatto lo è, nel senso letterale del termine: sta fuori dall’ordinario. Ma partire da un gioco che, per sua stessa natura e ammissione, fa della difficoltà il suo tratto distintivo è come iniziare a correre con una maratona in salita con zero chilometri nelle gambe. A piedi nudi. Sotto la grandine. Ci siamo capiti…

Lo stesso vale per gli open world da duecento ore: Fallout: New Vegas è un universo meraviglioso, un RPG in cui ogni scelta pesa, ogni fazione ha ragione e torto, ogni dialogo apre strade che non sapevi di avere. “War. War never changes”, recita la voce narrante in apertura, e ha ragione: ciò che non cambia è anche la sensazione di trovarsi in un mondo troppo vasto e complesso se non hai mai gestito un inventario, una mappa, un sistema di livelli. Rischi di sentirti perso prima ancora di aver scelto una fazione. E sentirsi persi non è “il bello dell’esplorazione”: è il modo più veloce per convincersi che i videogiochi non fanno per te.

Starter pack: se il pad ti è ancora quasi sconosciuto

Ci sono giochi che ti insegnano a giocare senza che tu te ne accorga. Non ti mettono davanti un tutorial di mezz’ora: ti prendono per mano con il design, con il ritmo, con la curiosità.

Journey è forse l’esempio più puro: nessun game over, nessun testo a schermo, solo un deserto, una montagna in lontananza e la sensazione crescente di stare vivendo qualcosa di poetico. Non sembra nemmeno un videogioco nel senso tradizionale: sembra un’esperienza. Ed è perfetto proprio per questo.

Se preferisci qualcosa di più classico, Mario Kart resta il gioco che sa coinvolgere chiunque. Ci puoi giocare con tuo cugino di otto anni, con il partner dopo il secondo bicchiere di vino, e anche con quel tuo amico che “i videogiochi sono roba da bambini” e poi ti sorpassa tutto gasato con un guscio rotante a pochi metri dal traguardo. Uncharted è la porta cinematografica: un film d’avventura che ti fa sentire protagonista senza chiederti skill da pro player. Stardew Valley è il rifugio: zero pressione, zero timer, zero nemici, solo una fattoria e il tempo che vuoi dedicarle.

E poi c’è Pokémon. Non uno qualsiasi: quelli delle prime generazioni, da Rosso e Blu fino a Bianco e Nero. Dopo, con tutto il rispetto, è un’altra storia e non sempre in meglio. Ma quei primi capitoli restano una delle porte d’ingresso più naturali mai costruite: un mondo che cresce con te, un ritmo che non ti schiaccia, e quella sensazione irripetibile di scoperta che il franchise, nelle incarnazioni più recenti, ha diluito in un mare di meccaniche inutili. Se vuoi capire cosa significa “giocare” nel senso più puro del termine, un Pokémon classico è ancora una risposta perfetta.

Quanto tempo hai? La domanda che cambia tutto

A conti fatti, questa è forse la madre di tutte le domande. Soprattutto con l’avanzare dell’età — e chi vi scrive non è più di primo pelo — la variabile tempo è quella che separa un’esperienza piacevole da un senso di colpa cronico. Il già citato backlog infinito è il grande trauma generazionale del giocatore adulto. La soluzione è smettere di inseguirlo e chiedersi una cosa sola: quanto tempo ho, davvero, questa settimana?

Se hai un pomeriggio (due-cinque ore), esperienze come Inside, Limbo, What Remains of Edith Finch o Portal ti regalano un viaggio completo senza chiederti un abbonamento a lungo termine. Portal in particolare è un caso unico: tre-quattro ore di puzzle che ti cambiano il modo di pensare allo spazio, con una scrittura che farebbe invidia a molte commedie in prima serata. E con una delle bugie più celebri della storia dei videogiochi: “The Cake is a lie”, un tormentone nato dalla community che è diventato linguaggio pop.

Se hai un weekend (otto-quindici ore), il territorio si allarga. A Plague Tale: Innocence è una sorpresa: una storia di fratellanza ambientata nella Francia medievale, con un’atmosfera opprimente e un cuore narrativo che non dimentichi facilmente. Chi ha letto il nostro pezzo sul possibile remake della trilogia greca di God of War sa quanto le saghe migliori sappiano invecchiare e reinventarsi; ecco, A Plague Tale dimostra che anche un titolo senza il peso di un franchise può lasciarti addosso qualcosa di incancellabile. Hades (il secondo capitolo, già più complesso, a brevissimo approderà anche su console) è la scelta perfetta se vuoi qualcosa di più frenetico.

Se hai una settimana o un mese (venti-quaranta ore), puoi permetterti storie che si prendono il loro tempo. Horizon Zero Dawn è un mondo aperto costruito con una cura maniacale, che bilancia combattimento e narrazione senza mai chiederti un impegno impossibile. Red Dead Redemption 2 è un universo talmente vivo che ci sono giocatori che smettono di seguire la trama principale per andare a pescare. Attenzione, però: è sì un gioco meraviglioso ma non per tutti. Il ritmo compassato, la camminata lenta, la mappa gigante possono essere un deterrente per chi è alle prime armi. E Persona 5 Royal è la dimostrazione che un gioco complesso può non fare paura, se la scrittura, lo stile e il ritmo sono perfetti.

Se hai un semestre sabbatico (sessanta ore e oltre), allora sì: The Witcher 3, Cyberpunk 2077, Dragon Age (non The Veilguard). Sono i giochi che non finisci: li abiti. Ma serve esperienza per abitarli — non partire da qui se il pad ti scotta ancora tra le mani.

I generi, spiegati a chi non sa cos’è un roguelike

Il mondo dei videogiochi ama le etichette. Action-adventure, RPG, metroidvania, soulslike, roguelike, immersive sim. Sono classificazioni utili a chi già sa, e perfettamente inutili a chi inizia. Quindi facciamo una cosa semplice: dimentichiamoci dei nomi e pensiamo a cosa vuoi provare.

Se vuoi avventura e azione, il terreno è enorme: da The Legend of Zelda: Breath of the Wild (esplorazione pura, nessun binario, totale libertà) a Tomb Raider (l’avventura che ha riscritto le regole prima e dopo il suo reboot). Se vuoi storie profonde con scelte che pesano, i giochi di ruolo sono la casa giusta: Disco Elysium è un unicum che si gioca interamente con le parole, Kingdom Come: Deliverance II ti catapulta nella Boemia medievale con un realismo che rasenta l’ossessione.

Se vuoi piattaforme e precisione, Super Mario è la base, Rayman Legends è la dimostrazione che il platform può essere anche un’opera d’arte visiva e musicale, Celeste è la versione che ti fa piangere mentre salti, e Hollow Knight ti inghiotte per quaranta ore senza che tu te ne accorga.

Se vuoi sparare, DOOM del 2016 è adrenalina pura, Half-Life 2 è la lezione di game design che si tiene ancora vent’anni dopo, e BioShock è il caso in cui lo sparatutto diventa filosofia, politica e colpo di scena narrativo. “Would you kindly?”: tre parole che, se hai giocato, ti fanno rivivere uno dei momenti più destabilizzanti della storia del medium. Se non hai giocato, fidati, è meglio non sapere, e scoprirlo con il pad in mano.

Se vuoi avere paura, Resident Evil 4 Remake e Silent Hill 2 sono le due colonne: il primo ti spaventa e ti diverte, il secondo ti spaventa e ti devasta. E se vuoi giocare con gli amici, lo sport resta il rito collettivo per eccellenza: FIFA (ora FC) è quella cosa che trasforma amicizie ventennali in faide personali per un’esultanza non skippata al novantesimo minuto, e questo è tutto quello che c’è da sapere.

Le saghe che hanno scritto il linguaggio: i classici che non sono vecchi

Come negli anime esistono i Big Three, nei videogiochi esistono saghe che hanno definito cosa può essere il medium. Non sono “vecchie”: sono fondamenta. Se costruisci il tuo gusto su queste basi, tutto il resto ha più senso.

The Legend of Zelda ha inventato l’esplorazione come la intendiamo oggi. Da un’avventura su Nintendo 64 che ha riscritto le regole del 3D fino al capitolo open world che le ha riscritte di nuovo, la saga di Link è un corso accelerato sull’evoluzione del game design. Grand Theft Auto ha trasformato il mondo aperto in cultura: da Vice City — che ha dimostrato come un’ambientazione non sia un fondale ma un personaggio — fino a GTA V, che ha smesso di essere un titolo ed è diventato un ecosistema. Di cosa ci aspettiamo da GTA VI abbiamo scritto un pezzo intero.

Metal Gear Solid ha portato il cinema dentro il pad, con tutte le ambizioni e le follie registiche di quel genio senza tempo che risponde al nome di Hideo Kojima. Dark Souls ha creato un genere intero — il soulslike — e insegnato all’industria che la difficoltà può essere una forma di rispetto verso il giocatore. L’incontro con il primo boss può essere shoccante, addirittura respingente, ma la sensazione che si prova dopo averlo visto capitolare al centesimo tentativo è tra le esperienze videoludiche più appaganti che si possano sperimentare. Non a caso, la community ha trasformato un gesto di gioco — l’emote del Cavaliere Solaire — in un mantra condiviso: “Praise the Sun!”.

Resident Evil è forse la saga che ha saputo reinventarsi più volte senza mai perdere il proprio nome: dal survival horror che ha definito il genere negli anni ’90, alla svolta action del quarto capitolo, fino al ritorno alle origini con Village e i remake. Pochi franchise possono dire di aver attraversato quasi tre decenni restando rilevanti in ogni epoca.

Il consiglio “de core”: i giochi che ti porti dentro

Ogni guida, a un certo punto, deve smettere di essere oggettiva e diventare onesta. Questa è la sezione in cui smettiamo di parlare di “capolavori universali” e parliamo di quelli che ci sono rimasti addosso. Quelli che consiglieresti a un amico non perché siano i “migliori”, ma perché sono i tuoi.

Pokémon Rosso/Blu è stato il primo mondo in cui ci siamo sentiti esploratori, prima ancora di sapere cosa significasse “open world”. La scelta a cui il gioco ti mette davanti dopo pochi minuti riscrive la tua intera esperienza videoludica e, a distanza di anni, ancora oggi ci fa interrogare su quale fosse lo starter migliore con cui iniziare la propria avventura (la risposta è chiaramente Bulbasaur, ma troverete sempre chi vi risponderà: “Sì, ma Charmander sputa fuoco ed è figo“).

Crash Bandicoot sapeva di estate e di pomeriggi in cui il tempo non finiva mai. Fable ci ha fatto capire che un gioco poteva ricordarsi delle nostre scelte e giudicarci per esse, ma anche che il giudizio poteva essere esilarante. Oblivion e Skyrim sono stati i mondi in cui perdersi era il punto, non il problema: entrarci significava uscire dal proprio, e il confine tra le due cose sfumava dopo la prima ora.

Final Fantasy VII — l’originale, quello con i poligoni squadrati e le pre-rendered background — è la storia che ha insegnato ai videogiochi a farti piangere senza chiedere permesso. San Andreas non è il GTA migliore in senso tecnico, ma è quello che amiamo di più: perché era gigantesco in un’epoca in cui gigantesco significava ancora qualcosa. God of War, tutta la saga, dalla rabbia greca alla paternità norrena, è un viaggio che ha accompagnato la crescita di chi ci ha giocato. The Last of Us è il gioco che ci ha spezzato. Mass Effect è quello che ci ha fatto sentire responsabili di un universo, e poi colpevoli per le scelte che avevamo fatto al suo interno.

Old school e new school: il retrogaming non è nostalgia, è cultura

C’è una tentazione forte quando si parla di “giochi vecchi”: trattarli come pezzi da museo. Roba da rispettare ma non da toccare. È un errore. I grandi giochi del passato non sono “storicamente importanti”: sono giocabili adesso, e il game design puro — quello che non si nasconde dietro la grafica — non invecchia.

Super Mario World su SNES è ancora un corso magistrale di level design. Sonic the Hedgehog su Mega Drive è ancora velocità allo stato puro. Street Fighter II è ancora la base su cui si regge ogni picchiaduro moderno. Castlevania: Symphony of the Night ha inventato un genere che porta ancora il suo nome e ci ha regalato una delle battute più teatrali di sempre: “What is a man? A miserable little pile of secrets!”.

E Tetris — il gioco che ha venduto più di qualsiasi altra cosa nella storia è ancora perfetto, il che dovrebbe far riflettere un’intera industria da cento miliardi di dollari.

Dall’altra parte ci sono i titoli che stanno ridefinendo il medium adesso. Sekiro: Shadows Die Twice ha dimostrato che l’action può essere chirurgico, punitivo e poetico nello stesso gesto. Baldur’s Gate 3 ha ricordato al mondo che il CRPG non era morto: era in letargo, e serviva solo qualcuno abbastanza pazzo da svegliarlo con cinquanta ore di dialoghi ramificati. Clair Obscur: Expedition 33 ha fatto la stessa cosa per gli RPG a turni, uscendo dal nulla con un consenso critico così unanime da sembrare irreale.

E poi c’è Crimson Desert, appena uscito: tecnicamente è la cosa più impressionante che si possa vedere girare su uno schermo nel 2026, un mondo aperto di una densità che farebbe impallidire qualsiasi concorrente. Ma la trama — come succede spesso quando l’ambizione punta tutto sulla quantità — resta il suo punto cieco più evidente. È il sunto di tutto il meglio che il genere sa offrire, a eccezione di un cuore narrativo che non batte mai forte come dovrebbe.

Dove giocare: piattaforme, abbonamenti e il caos dei launcher

La domanda “su cosa gioco?” è diventata quasi più complessa di “a cosa gioco?”. PlayStation è stata per anni la casa delle grandi esclusive narrative — da Spider-Man a Ghost of Tsushima solo per citare le più recenti — e di un ecosistema che premia chi ama le storie single-player. Da qualche anno, purtroppo, il colosso giapponese ha perso parte della propria “anima”. Ben inteso, le esclusive ci sono ancora, solo così diluite da farti pensare: “Non esce mai niente” (spoiler: come per Netflix, non è vero…).

Xbox ha il Game Pass, che è il miglior rapporto quantità-prezzo del mercato: paghi un abbonamento e hai accesso a centinaia di giochi, compresi i titoli first-party al day one. Nintendo Switch è l’unica piattaforma che unisce l’universo Nintendo al retrogaming integrato. E poi c’è il PC, che è la libertà assoluta: mod, emulazione, grafiche spinte al massimo, ma richiede voglia di smanettare e — soprattutto — disponibilità economiche diverse.

Il consiglio più onesto per chi parte da zero: se vuoi spendere poco e provare tanto, il Game Pass è la porta più intelligente. Se sai già che ami le storie, PlayStation. Se la parola “Nintendo” ti fa sorridere come un riflesso involontario, Switch. E se vuoi tutto e sei disposto a investire tempo oltre che denaro, PC. Ma la verità è che la piattaforma conta meno di quello che ci giochi sopra.

Il backlog è una bugia: il gioco giusto è adesso

Se c’è una cosa che questa guida vuole evitare è l’ansia da completamento. Il backlog — come detto — è il grande senso di colpa del giocatore moderno. Ma è anche una bugia: nessuno ha mai finito il proprio backlog, e nessuno lo farà. La buona notizia è che non serve.

Non devi “recuperare tutto”. Non devi conoscere la storia di un franchise per goderti il capitolo più recente. Non devi completare una checklist per avere il diritto di definirti “giocatore”.

Quindi no: non esiste “il gioco migliore”. Esiste il gioco giusto per te adesso. Che sia una cassa su cui rimbalzare per guadagnare quante più mele possibile o un enigma apparentemente irrisolvibile, l’importante è cominciare. E se ti sembra un percorso troppo grande per affrontarlo da solo, ricordati di quello che il vecchio della caverna dice a Link prima che parta per salvare Hyrule: “It’s dangerous to go alone! Take this.” Ecco: questa guida, nel suo piccolo, prova a fare esattamente quello. Darti qualcosa in mano e dirti di partire. Il resto, come sempre, verrà giocando.

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Luca Servadei fondatore Nerdophobia
Luca Servadei

Luca Servadei è giornalista e content strategist con una passione totale per anime, manga e cultura pop. Fondatore di Nerdophobia, racconta storie, analisi e curiosità del mondo nerd con uno sguardo critico e carico di nostalgia. Sempre in bilico tra SEO e shonen