Annunciato il remake della trilogia greca di God of War

God of War Trilogy Remake: una buona notizia per gli amanti di Kratos, una cattiva per gli amanti dei videogame

Se la trilogia greca torna davvero in versione remake, per i fan è una festa. Ma per l’industria è anche un segnale: stiamo investendo nel futuro o stiamo monetizzando il passato?

Quadrato, quadrato, triangolo. Cerchio premuto fino allo sfinimento per aprire un forziere. L’ultimo briciolo di Ira bruciato per abbattere un Minotauro. L’ascia lanciata cento volte per centrare quel maledetto nucleo luminoso incastrato in una radice. L’ultimo colpo d’ala di Sigrun.

Solo chi ha giocato davvero God of War sa di cosa stiamo parlando. Kratos, dal 2005 in poi, è uno di quei personaggi che non puoi proprio dimenticare: l’ho conosciuto su PlayStation 2 — la stessa che prima ancora mi aveva messo davanti un marsupiale e i suoi maledetti cristalli — e anni dopo l’ho ritrovato tra neve, rune e silenzi norreni, scoprendo che il Dio della Guerra poteva anche diventare un padre… senza smettere di essere, quando serve, un disastro naturale con la barba.

E quindi sì: l’idea di rigiocare la trilogia greca con una veste “next gen” l’ho accolta di primo istinto con lo stesso entusiasmo con cui Mimir definirebbe “imperdibili” le sue storielline.

Poi però arriva la parte lucida. Quella che si ferma su una parola sola — una parola che, negli ultimi anni, pesa sempre di più nel vocabolario PlayStation: remake.

Perché oggi, quando senti “remake”, nel cervello si accendono due lucine insieme: quella della nostalgia e, allo stesso tempo, quella dell’ansia.

La nostalgia è bella. L’ansia pure (a piccole dosi). Ma quando diventa un modello di business, inizi a chiederti se l’industria stia andando avanti… o stia semplicemente girando in cerchio, lucidando il passato fino a farlo brillare più del presente (non che, in certi periodi, ci voglia molto).

La notizia: entusiasmo alto, dettagli (ancora) controllati

Per adesso la situazione è questa: il remake della trilogia greca è stato annunciato come in sviluppo, ma resta “controllato” nei dettagli. Traduzione: sappiamo che succede, ma non sappiamo ancora come succede.

La comunicazione ufficiale è prudente: è molto presto, si chiede pazienza, e (giustamente) non si sbilancia troppo su tempi e caratteristiche. Però la scintilla c’è: se torni davvero a rifare God of War I, II e III, stai toccando uno dei mattoni più identitari dell’ecosistema PlayStation.

Ed è qui che si capisce perché la discussione online si sia accesa in dieci secondi netti. Da un lato l’entusiasmo puro (“finalmente!”). Dall’altro la domanda che si ripete in loop: quanto spazio sta occupando questa operazione — e cosa sta spostando più avanti?

Perché un remake della trilogia greca ha senso (e non è solo fan service)

La trilogia greca, come abbiamo anche scritto nella nostra guida ai videogiochi, rigiocata oggi, porta addosso il peso di un’epoca specifica: telecamera e leggibilità, alcuni spigoli di design, un ritmo figlio dei primi anni 2000, quando l’action doveva essere spettacolo continuo e ti teneva incollato a colpi di QTE.

Un remake fatto bene, quindi, non serve a “riscrivere” Kratos. Serve a renderlo accessibile.

A chi ha conosciuto God of War solo nell’era norrena (2018 + Ragnarök) e vuole capire da dove proviene quella rabbia che Kratos si porta dietro da quando era solo un figlio di Sparta. A chi ricorda la trilogia, ma oggi non ha più voglia di combattere anche contro la telecamera del 2005. A chi vuole rivedere quei giochi con la coerenza tecnica di un prodotto moderno, senza l’effetto “museo con cornici diverse”.

E c’è un altro punto che vale la pena dire: la trilogia greca non era “solo violenza”. Era mitologia pompata a volume massimo, tragedia in modalità turbo, e un protagonista che bruciava tutto ciò che toccava. Il fascino stava anche nell’eccesso. L’unico rischio, semmai, è quello opposto: ripulire così tanto da togliere la faccia tosta.

Il punto dolente: non è il remake, è la dipendenza dal remake

Il problema nasce quando smetti di guardare solo a God of War e inizi a guardare il contesto.

Negli ultimi anni abbiamo visto remake/remaster che hanno fatto scuola: Resident Evil 2 e 4, Final Fantasy VII Remake, Demon’s Souls, Dead Space, Persona 3 Reload, fino al recente (e divisivo, per ragioni diverse) The Last of Us Part I. Operazioni che, in molti casi, hanno restituito grandezza a giochi storici. E intanto, proprio mentre i grandi investivano nel già-fatto, uno studio da trenta persone vinceva il GOTY con un’idea nuova e un genere dato per morto. Quindi no: non stiamo dicendo “remake = male”.

Ma c’è un altro lato della medaglia: il remake come risposta automatica. Remaster che sembrano arrivare perché “serve qualcosa” per tamponare un calendario sempre più vuoto; rifacimenti che occupano spazio produttivo e mentale che potrebbe andare su nuove IP, oppure su sequel veri, nuovi rischi, nuove idee.

In questa corrente, Sony è spesso al centro del discorso. Non perché faccia remake scadenti, ma perché è bravissima nel trasformare la propria storia in una vetrina sempre accesa. A volte è sacrosanto. Altre volte ti resta addosso una sensazione di già visto, di non necessario, di pericolosamente poco creativo — quella domanda, fastidiosa ma inevitabile: “Ma era proprio necessario?”.

“Siamo felici… ma ci stiamo preoccupando”: cosa dicono creator e community

La cosa interessante è che il doppio sentimento non è solo mio. È esattamente l’aria che respiri appena apri YouTube, X o i commenti sotto qualsiasi post sul tema.

Da una parte c’è l’entusiasmo da “finalmente”: Everyeye, per esempio, l’ha raccontata come si raccontano le notizie che fanno battere il cuore a chi è cresciuto su PlayStation, con il video-lampo “ANNUNCIATO!” e il classico mood da trailer visto tre volte, pausa, rewind, “ok però ditemi anche quando”. Dall’altra parte, appena l’adrenalina scende di mezzo grado, partono le domande serie: quanto ci vorrà? chi lo sta facendo? quanto è remake e quanto è remaster? e soprattutto: cosa succede al futuro?

Poi c’è il tema che ha fatto scattare il riflesso pavloviano della community: il combat system. Multiplayer.it ha rilanciato l’ipotesi di un sistema di combattimento nuovo rispetto agli originali (a partire da dichiarazioni di Christopher Judge, che nel progetto non è coinvolto), e lì si è riaperta la faglia eterna: “non toccate la Grecia” contro “ragazzi, il 2005 non è ieri”. È un dibattito bellissimo perché dice tutto: vogliamo l’upgrade, ma vogliamo anche che resti identico. In pratica, non sappiamo cosa vogliamo.

Sul fronte anglofono, la temperatura è la stessa ma con più caps lock. Il video di TheGamersJoint (“People Are NOT HAPPY About The God of War Remake”) fotografa bene l’umore: hype altissimo, ma anche la paura che il remake diventi la soluzione comoda per tenere acceso il brand mentre il capitolo nuovo resta nel limbo.

E poi c’è il “rumore” istituzionale: editoriali e opinion che, senza fare i catastrofisti, mettono sul tavolo lo stesso dubbio. Logan Moore su ComicBook.com lo dice chiaro: è felicissimo, ma è anche preoccupato perché un progetto così impegnativo potrebbe allontanare ancora di più il prossimo passo dopo Ragnarök. Metro lo estremizza in versione Reader’s Feature: per alcuni, il remake è una cattiva idea proprio perché rischia di trasformare un franchise vivo in un franchise che si guarda allo specchio.

In mezzo ci finisce anche Christopher Judge, che è praticamente un termometro umano del caos: tra chiarimenti (“zero coinvolgimento”) e frasi interpretate come teaser, la community ha fatto quello che fa sempre. Ha sentito “late summer” e ha iniziato a costruire castelli di rune. Colpa nostra.

Quello che ci tengo a sottolineare è questo: non è un rant da hater. È un riflesso da fan. Perché se ami davvero una serie, non vuoi solo che torni. Vuoi che cresca. E un remake, per quanto bellissimo, è sempre un passo che guarda indietro — anche quando lo fa in 4K.

Il vero elefante nella stanza: non sarebbe stato meglio un gioco nuovo?

Qui arriviamo al punto che mi interessa davvero.

God of War (2018) e Ragnarök hanno dimostrato come la serie possa reinventarsi senza perdere identità. Santa Monica ha cambiato struttura, ritmo, tono, e ha trasformato Kratos in un personaggio più complesso senza togliergli il fuoco dentro. Ha aggiunto persino un altro personaggio giocabile, Atreus, capace di scalfire la corazza di Kratos e renderlo più “a misura d’uomo” — pur restando, quando serve, lo stesso pazzo sanguinario che squarcia a metà qualsiasi cosa osi mettersi sulla sua strada.

E allora l’idea di un remake della trilogia greca è meravigliosa… ma apre una domanda che non riesco a spegnere: questa operazione è un ponte verso il futuro o è una sosta prolungata?

Da anni si rincorrono suggestioni e chiacchiere (Egitto, altre mitologie, nuove declinazioni), ma il punto non è l’ambientazione. È l’idea di un capitolo che rischi. Che faccia un passo avanti, non solo un passo indietro lucidato. Proprio come accaduto nel 2018.

In un’industria in cui i giochi AAA richiedono tempi sempre più lunghi e budget sempre più pesanti, il remake è la scelta che minimizza la caduta. È comprensibile. Ma se diventa una regola, allora sì: per gli amanti dei videogame è una notizia meno “romantica” di quanto sembri.

Sì al remake, ma non come anestetico

Quindi come la mettiamo?

Se la trilogia greca torna davvero rifatta con cura, io sono contento. Perché quei tre giochi sono un pezzo di storia e perché quel tipo di action, oggi, non lo fa più quasi nessuno con quella faccia tosta.

Ma mi porto dietro una preoccupazione semplice: che la nostalgia diventi un anestetico. Il modo elegante per dire “non preoccupatevi, vi diamo quello che già amate”, mentre il futuro si sposta sempre un po’ più in là.

Il remake può essere un regalo. Può essere un restauro. Può essere un modo per far scoprire Kratos “greco” a chi è arrivato tardi.

A patto che non diventi l’alibi perfetto per rimandare la domanda vera.

Perché il giorno in cui, tra un trailer celebrativo e un restauro di lusso, scoprissimo che la prossima vera evoluzione di God of War è un ulteriore passo indietro… allora sì: con la voce rotta di Christopher Judge — o con quella che ognuno di noi sente nella propria testa quando pensa a Kratos — potremmo esclamare: “Il ciclo finisce qui?”.

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Luca Servadei fondatore Nerdophobia
Luca Servadei

Luca Servadei è giornalista e content strategist con una passione totale per anime, manga e cultura pop. Fondatore di Nerdophobia, racconta storie, analisi e curiosità del mondo nerd con uno sguardo critico e carico di nostalgia. Sempre in bilico tra SEO e shonen