Collage di oggetti iconici della cultura pop anni '90: Game Boy, carte Pokémon, VHS e televisore a tubo catodico

Eravamo tutti lì: anatomia della cultura pop anni ’90 per chi ci è cresciuto dentro (e per chi vorrebbe esserci stato)

Gli anni '90 non erano perfetti. Li ricordiamo perfetti perché la mente seleziona, addolcisce, ricostruisce. Ma quel suono, quel sapore, quella foto mossa, quelli sono veri

Riassumere gli anni ’90 in poche righe sarebbe impossibile. Film, serie, videogiochi, cartoni, musica: un intero ecosistema culturale compresso in un decennio che ha cambiato tutto senza che ce ne accorgessimo. Ma se c’è qualcosa che restituisce un’epoca meglio di qualsiasi elenco, è una canzone. E il pezzo manifesto degli anni ’90, per chi scrive, ha un titolo che dice già tutto: The Kids Aren’t Alright degli Offspring. Perché i ragazzi non stavano bene allora — intrappolati in un’epoca che ha fatto da ponte tra l’ultima generazione analogica e la prima digitale — e non stanno bene nemmeno adesso che, paradossalmente, in quell’epoca ci vorrebbero tornare.

Chances thrown, nothing’s free, longing for what used to be. Still it’s hard, hard to see, fragile lives, shattered dreams. (Go!)

Se sei nato tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, sai esattamente di cosa parlo. E se non sei nato in quegli anni ma nell’ultimo periodo ti sei ritrovato a comprare un vinile senza nemmeno possedere un giradischi, a indossare una felpa oversize della Champion trovata su Vinted o a guardare Friends senza cogliere metà dei riferimenti culturali, sai di cosa parlo anche tu, anche se (forse) non dovresti.

Oggi quel decennio è ovunque. Su Instagram impazza il trend “What were you like in the ’90s?” con Iris dei Goo Goo Dolls in sottofondo, mentre su TikTok piovono reel con carrellate di immagini — il logo Nintendo, Ace Ventura, Tony Hawk, il primo Tekken, Willy il Principe di Bel-Air — tutte insieme, tutte allo stesso livello, come se un intero decennio potesse stare racchiuso in trenta secondi. E in un certo senso può. La vera domanda è: quando scrolliamo quei trenta secondi, stiamo ricordando davvero?

L’ultimo decennio prima di tutto

Per capirlo bisogna partire da una premessa: gli anni ’90 non sono un decennio come gli altri. Sono l’ultimo in cui la cultura pop si viveva fisicamente — nel cortile, davanti alla TV a un’ora precisa, in edicola, al videonoleggio — e il primo in cui si poteva cominciare a sentire il rumore del futuro nel gracchiare di un modem 56k. Se perdevi la puntata di Dragon Ball su Italia 1, la perdevi e basta. Non c’era on demand, non c’era Google, non c’era un modo per recuperare. Per dirla con qualcuno di più importante di noi: “L’attesa del piacere era essa stessa il piacere”.

Chi è cresciuto in quegli anni lo sa: eravamo una generazione a cavallo. Abbastanza grandi da ricordare la vita prima di internet, abbastanza giovani da essere stati i primi a usare ICQ, le chat di C6, le email su Hotmail con nomi utente di cui vergognarsi ancora oggi. Questa doppia anima — un piede nel mondo fisico, uno in quello digitale — è il motivo per cui i nostri ricordi hanno un peso specifico diverso.

Accendi la TV e non toccare quel telecomando

Il pomeriggio dopo scuola aveva una liturgia precisa. Zaino buttato sul divano, televisore acceso, e poi la magia: Bim Bum Bam, Solletico, e quel flusso continuo di cartoni che scandiva le ore meglio di qualsiasi orologio. Dragon Ball su Italia 1 era un appuntamento quasi sacro. Goku che ci metteva cinque puntate per caricare una Genkidama e il terrore che la mamma o la nonna potessero spegnere la TV — o peggio ancora girare su Beautiful — era qualcosa che nessun “Instagram down” potrà mai replicare. Poi c’erano i Cavalieri dello Zodiaco con le armature Giochi Preziosi che tutti volevano (e forse nessuno ha mai avuto), Holly e Benji con i campi da calcio lunghi come autostrade, Sailor Moon, Slam Dunk, Ranma ½. E poi ancora: Biker Mice from Mars, Street Sharks e Mummie alla riscossa.

Per non parlare dei “vietatissimi” Ken il Guerriero e L’Uomo Tigre, da guardare in religioso silenzio, sperando che nessun adulto entrasse nella stanza urlando “Ma che roba stai guardando?” mentre esplodevano teste o si cadeva rovinosamente da un ring.

Ma non c’era solo l’animazione giapponese. C’era il Principe di Bel-Air che ti insegnava la sitcom prima ancora che sapessi cos’era una sitcom. C’erano Friends, X-Files, i Power Rangers, Sabrina vita da strega. E c’era il venerdì sera al Blockbuster dove scegliere un film dalla copertina della VHS era un’arte che si è persa per sempre. Il Re Leone, Ace Ventura, The Mask, Jurassic Park, Matrix. E poi le videocassette registrate dalla TV, con Enrico Mentana e Lamberto Sposini che interrompevano il match point della nazionale giapponese sul servizio di Mila Hazuki per dare l’ultima ora su di una rocambolesca discesa in politica.

Il cortile, l’edicola, il banco di scuola

Fuori dalla cameretta, la cultura pop era esperienza fisica e collettiva. Le carte Pokémon si scambiavano nel cortile con regole inventate sul momento, regole che variavano da città a città, come dialetti. Le figurine Panini e l’album del campionato mai completato (mancava sempre quell’ultimo centravanti). I Tamagotchi tenuti in vita durante le lezioni, con il terrore che chiedesse cibo, coccole o attenzioni tra una spiegazione sulla Mesopotamia e una divisione in colonna. Le Polly Pocket e i Mighty Max (la versione maschile, horror, che nessuno ricorda mai), gli Exogini, i Gormiti. Emiglio che tutti volevano e pochi avevano, al pari del Super Pasqualone, il sogno proibito di un’intera generazione. Le sorpresine Kinder — Happypotami, Tartallegre, Fantasmini — custodite nella vetrinetta come reliquie. Il Crystal Ball con quell’odore chimico che oggi probabilmente violerebbe qualche normativa europea e le manine appiccicose trovate nelle patatine San Carlo.

E poi c’era l’edicola, l’unico luogo in cui potevi trovare Topolino con il gadget nella busta di plastica, Cioè con i poster enormi piegati in sedicesimi e i test tipo “Quanto sei innamorata da 1 a 10?”, i fogli Diddl profumati, le prime riviste di videogiochi e i manga Granata Press e Star Comics. E il sabato pomeriggio la sala giochi: il cambiamonete, i cabinati di Metal Slug e Street Fighter, le sfide ai picchiaduro con il compagno di classe che barava sempre con le combo.

E a scuola? La Smemoranda con le scritte al bianchetto, lo zaino Invicta che perdeva colore, la gomma metà rossa metà blu, che più che cancellare sporcava il foglio e basta, le penne multicolore, e la calcolatrice rovesciata per scrivere “sei bello” (per non parlare di quello che si poteva leggere digitando 05535).

La cameretta: PlayStation, poster e musicassette

Se il cortile era lo spazio pubblico della cultura pop, la cameretta era quello privato. Ed era dominata da un oggetto: la PlayStation 1. Crash Bandicoot, Spyro, Tekken 3, Final Fantasy VII, Metal Gear Solid, Resident Evil, Tomb Raider, Iss Pro Evolution Soccer, Tony Hawk’s Pro Skater come colonna sonora di un’intera adolescenza. Il Game Boy con le pile stilo che finivano sempre sul più bello e il pugno chiuso per verificare l’effettiva tenuta della luce rossa che ne indicava il consumo. Il Super Nintendo per chi ce l’aveva ancora. Sui muri, i poster appiccicati con lo scotch: Dragon Ball, Roberto Baggio, Michael Jordan, Holly e Benji. Sul comodino, il Walkman con le compilation del Festivalbar, quella rossa e quella blu, e un volume di Piccoli Brividi rigorosamente iniziato e mai terminato.

“Du gust is megl che uan”: quando le pubblicità erano cultura

E poi c’era un territorio della nostalgia anni ’90 che viene spesso sottovalutato: le pubblicità. Non c’era lo skip, non c’era il tasto “salta annuncio”. Te le sorbivi tutte, e proprio per questo sono entrate nel DNA di una generazione. “Ambrogio, avverto un leggero languorino” era una battuta che funzionava in qualsiasi contesto, dalla cena di Natale alla ricreazione. “Antò, fa caldo!” era l’estate in una frase. Stefano Accorsi con il Maxibon prima di diventare un attore affermato, Megan Gale e la Summer Card Omnitel con Believe di Cher in sottofondo, il ragazzo muscoloso della Coca-Cola Light. E poi quelle dei giocattoli tra un cartone e l’altro: il desiderio nasceva lì, in quei trenta secondi, a cui — anche volendo — non avresti potuto mettere “like” come a uno short su YouTube.

E se le pubblicità creavano il desiderio, il cibo era il desiderio realizzato. I bicchieri della Nutella che diventavano i bicchieri di casa. Il Winner Taco, tolto dal commercio, diventato oggetto di petizioni online, e poi rimesso. Le Goleador a cento lire, le gomme a forma di sigaretta, il Soldino, il Cucciolone, il Calippo con lo squalo blu. E Burghy, la catena fast food italiana che McDonald’s ha fatto sparire nel ’96, e che per chi viveva in certe città era il luogo perfetto per le prime festicciole di compleanno con i compagni di classe.

Boy band, Cristina D’Avena e il Festivalbar: la colonna sonora di una generazione

La musica degli anni ’90 si viveva per fazioni, esattamente come il calcio. Da una parte i Backstreet Boys, dall’altra gli *NSYNC. I Take That avevano aperto la strada dall’Inghilterra prima di esplodere con lo strappo di Robbie Williams, i Boyzone avevano il loro pubblico fedele, e dall’altra parte della barricata c’erano le Spice Girls come manifesto generazionale. La scelta era scandita dai poster o i ritagli di giornale appiccicati sopra il letto: Nick Carter, con i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri, o la Posh Spice con quel suo fare un po’ snob che la rendeva la più irresistibile delle cinque.

Ma c’era anche un’altra colonna sonora, tutta italiana. Gli 883 di Max Pezzali erano la voce della provincia, del sabato pomeriggio al centro commerciale, delle estati che non finivano mai. E il fatto che Hanno ucciso l’Uomo Ragno oggi sia diventata una serie TV è la dimostrazione perfetta che la nostalgia è diventata industria. Poi i Lunapop, Ligabue, Jovanotti. E le sigle dei cartoni con Cristina D’Avena e Giorgio Vanni. Brani che sappiamo cantare a memoria trent’anni dopo, anche se non ricordiamo in quale tasca del giubbotto abbiamo messo le chiavi dell’auto stamattina.

Bull Boys, Nokia e ciucci al collo: le cose che ci definivano

Ogni generazione, poi, ha i suoi oggetti-totem, quelli che se li nomini a un coetaneo scatta il riconoscimento immediato. Per noi erano le Bull Boys con le luci sulle suole che duravano esattamente dieci giorni prima di spegnersi per sempre, e Gianfranco Zola che le pubblicizzava autografando palloni da calcio. Le Lelli Kelly per le ragazze, le Buffalo con le zeppe impossibili. I ciucci colorati portati al collo come accessorio (prima i ciucci, poi i biberon, poi i pesciolini e i delfini) e regalati ad amici e filarini come se fossero anelli di fidanzamento. I Bon Bons Malizia con quel profumo di zucchero filato che ancora oggi, se lo senti, ti catapulta direttamente in un bagno delle medie.

E poi i primi cellulari: il Nokia 3310, indistruttibile, con Snake e una batteria che durava una settimana. Le suonerie composte nota per nota. Le cover colorate comprate alle bancarelle. Gli SMS a pagamento e le abbreviazioni da far piangere l’Accademia della Crusca e la Summer Card Omnitel con i cento SMS gratis che concentrava la tua intera socialità digitale in due mesi l’anno. Le macchine fotografiche usa e getta: 24 pose, nessun filtro, nessuna anteprima. Zero like, tanto hype.

E poi qualcuno ha capito che ci si poteva fare un business

Tutto quello che abbiamo appena raccontato — i cartoni, le carte, le merendine, le sigle, le VHS — oggi è diventato materia prima industriale. I numeri parlano chiaro: nel 2024, per la prima volta in cinquant’anni, i dieci maggiori incassi al box office statunitense sono stati tutti film non originali: remake, sequel, reboot. Nel 2023 il vinile ha superato i CD per il secondo anno consecutivo negli Stati Uniti, con 43 milioni di LP venduti. Nintendo ha venduto un’infinità di console NES e SNES Mini. I remake di Final Fantasy VII e Resident Evil 4 hanno incassato più di molte produzioni nuove. Mulino Bianco ha rimesso le sorpresine nelle confezioni e non è un caso, è una strategia. Persino Stranger Things ha costruito il suo successo globale trasformando la nostalgia per gli anni ’80 in un prodotto confezionato alla perfezione, dimostrando che i ricordi di un’epoca possono valere quanto un franchise originale.

L’industria ha capito che il fattore nostalgia fa spendere più del valore reale di un prodotto. Ma c’è un paradosso: il pubblico originale — noi, che c’eravamo davvero — sta sviluppando una crescente insofferenza verso i remake che snaturano i “mostri sacri”, mentre le nuove generazioni preferiscono comunque andare a cercarsi gli originali. L’industria confeziona prodotti che non soddisfano fino in fondo nessuno dei due pubblici, ma continua a finanziarli perché la nostalgia, anche quando è imperfetta, vende.

E la dimostrazione più potente che il meccanismo funziona ha un nome preciso: si chiama anemoia, la nostalgia per un’epoca che non hai mai vissuto. Un ventenne che compra un vinile degli 883, una ragazza della Gen Z che si veste Y2K su Depop cercando di catturare un’estetica che non ha mai attraversato. Non è un fenomeno marginale: il 48% degli acquirenti di vinili negli Stati Uniti ha meno di 35 anni. Friends viene guardata come un reperto archeologico affascinante. L’estetica anni ’90 popola Vinted come fosse haute couture. Perché? Perché per la Gen Z gli anni ’90 rappresentano un mondo senza notifiche, senza ansia da performance digitale, senza il peso della connessione permanente. È nostalgia per un’innocenza che non hanno mai avuto.

Quel suono è tuo

Alla fine, la risposta alla domanda iniziale, come in tutte le cose che contano davvero, sta nel mezzo. Sì, la nostalgia è diventata un’industria. Sì, qualcuno ci guadagna ogni volta che un reel ti fa venire il groppo in gola. Sì, i remake spesso tradiscono gli originali e le console mini sono più soprammobili che macchine da gioco. Ma il suono del modem 56k che ti riporta al primo pomeriggio passato su internet, la sigla di un cartone che ti fa tornare il sapore di una merenda, la foto mossa di una macchina usa e getta che cattura un momento che nessun filtro Instagram potrà mai replicare quelli non sono prodotti. Quelli sono nostri.

The Kids Aren’t Alright, cantavano gli Offspring. E forse avevano ragione: i ragazzi non stavano bene allora e probabilmente non stanno bene nemmeno adesso. Ma la verità è che i ragazzi non stanno mai davvero bene, non finché ci sono dentro. È solo dopo, quando ci si volta indietro, che ci si accorge di esserlo stati. Tra trent’anni qualcuno guarderà questi anni con la stessa tenerezza con cui noi guardiamo i ’90 e penserà che non lo sapeva.

Longing for what used to be, ma forse, finalmente, con la consapevolezza di esserci stati davvero.

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Luca Servadei fondatore Nerdophobia
Luca Servadei

Luca Servadei è giornalista e content strategist con una passione totale per anime, manga e cultura pop. Fondatore di Nerdophobia, racconta storie, analisi e curiosità del mondo nerd con uno sguardo critico e carico di nostalgia. Sempre in bilico tra SEO e shonen