Charizard è un Pokémon leggendario o è sopravvalutato? Tutta la verità a Nerdophobia

Charizard: mito intramontabile o Pokémon sopravvalutato?

Charizard è allo stesso tempo sopravvalutato e assolutamente leggendario. E il motivo per cui continua a dividere dice molto più di noi allenatori che di lui

Prima o poi ogni fan dei Pokémon se lo chiede. Davvero Charizard è così forte? O è semplicemente il più amato, il più spinto, il più “venduto”? La risposta, come spesso accade quando si parla di miti, non è netta. Charizard è allo stesso tempo sopravvalutato e assolutamente leggendario. E il motivo per cui continua a dividere dice molto più di noi allenatori che di lui.

Tante debolezze, ma una vera leggenda

Dal punto di vista del gameplay puro, non è mai stato il Pokémon definitivo. Ha debolezze pesanti, una su tutte quella al tipo Roccia che lo ha fatto soffrire in più di una generazione, e statistiche che, messe nero su bianco, non lo collocano tra i mostri imbattibili. Nel competitivo è stato spesso superato da Fire-type più efficienti, più rapidi o semplicemente più solidi, uno su tutti Blaziken. Se lo si guarda con gli occhi freddi delle tier list, il sospetto che sia un po’ sopravvalutato è legittimo.

Eppure, tutto questo conta relativamente poco quando si parla di Charizard.

Perché il drago non è mai stato solo un insieme di numeri. È stato, prima di tutto, un’immagine. Un mostro arancione che vola e sputa fuoco in un mondo in cui la maggior parte dei Pokémon sembrava ancora tenera, strana o buffa. Anche se il tipo Drago non lo ha mai avuto, nella testa di chi giocava alla prima generazione Charizard era un drago, punto. E tanto bastava.

C’è poi il legame emotivo con Charmander. Sceglierlo significava partire in salita, faticare nelle prime palestre, accettare di non avere la strada più facile. Ma significava anche credere che, alla fine, quella scelta avrebbe ripagato. Charizard è diventato il simbolo di quel percorso: soffrire all’inizio per dominare dopo. Un’idea potentissima per chiunque abbia mai iniziato un’avventura Pokémon.

Il legame con Ash

L’anime ha fatto il resto. Il Charizard di Ash non era docile, non era tenero, non era affidabile. Era arrogante, ribelle, spesso ingestibile. Ma quando decideva di combattere sul serio, era devastante. In un mondo di Pokémon obbedienti, Charizard aveva carattere. E quel carattere lo ha reso indimenticabile.

Ci sono due momenti nella storia dell’anime Pokémon che, per chi è cresciuto con quelle puntate, non sono semplici episodi: sono passaggi di formazione. E in entrambi c’è lui. La battaglia contro il Blastoise di Gary e l’addio ad Ash nella Valle dei Charizard non sono solo scene d’azione o svolte narrative. Sono il compimento di un rapporto complicato, testardo, quasi umano.

La battaglia contro Blastoise: orgoglio contro potenza

Quando Charizard affronta Blastoise, non è solo uno scontro tra tipo Fuoco e tipo Acqua. È il momento in cui quel Pokémon che per mesi ha ignorato Ash, si è rifiutato di combattere, ha dormito mentre gli altri lottavano, decide finalmente di esserci, di spaccare il culo a tutti.
Per tanto tempo Charizard non aveva rispettato Ash. Si sentiva più forte, più evoluto, troppo grande per un allenatore che considerava inesperto. E in parte aveva ragione: era potente, selvaggio, indipendente. Ma quella forza era sterile, perché non aveva una direzione.

Nella lotta contro Blastoise, invece, succede qualcosa. Non combatte per dimostrare superiorità.Combatte perché ha scelto di fidarsi.

Blastoise ha il vantaggio naturale. I cannoni ad acqua contro il fuoco sembrano una sentenza scritta. Ma Charizard vola, resiste, incassa, si rialza. Non è una questione di tipo, è una questione di volontà. Ogni attacco è carico di orgoglio. Ogni colpo subito è una sfida alla logica del “dovresti perdere”.

E quando alla fine resta in piedi, non è solo una vittoria tattica. È la consacrazione di un legame. È la prova che non è più un Pokémon ribelle che combatte contro il suo allenatore. È un compagno che combatte per lui, che finalmente ha superato il trauma dell’abbandono dal primo allenatore. In quel momento capisci che non è forte perché sputa fuoco. È forte perché ha scelto di non voltarsi più dall’altra parte.

La Valle dei Charizard: l’addio che fa crescere

E poi arriva la scena che spezza il cuore. La Valle dei Charizard non è un semplice luogo. È il paradiso di chi vuole diventare più forte. Il Pokémon di Ash incontra esemplari più grandi, più esperti, più potenti. Per la prima volta non è dominante. È quello che deve imparare.

Ash lo guarda mentre prova a sfidare un Charizard selvatico e viene sconfitto con facilità. È un momento durissimo: per Charizard, che scopre di non essere il più forte del mondo, e per Ash, che capisce cosa sta per succedere. Lasciarlo lì non è una scelta strategica. È un atto d’amore, anche se per tanto tempo incomprensibile.

Ash potrebbe tenerlo con sé. Potrebbe continuare a usarlo nelle lotte. Ma sa che trattenerlo significherebbe limitarlo. E così fa quello che ogni allenatore, ogni amico vero dovrebbe fare: lascia andare. Quando si separano non ci sono grandi discorsi. C’è solo uno sguardo. Il suo Pokémon non è più arrogante, non è più distante. È consapevole. Sa che Ash lo sta lasciando per farlo crescere. E Ash sa che quel fuoco ribelle è diventato qualcosa di più grande.

Non è un abbandono. È una promessa silenziosa: torneremo a combattere insieme, ma saremo entrambi migliori.

Perché quei momenti restano

La battaglia contro Blastoise è la prova che Charizard ha imparato a fidarsi. La Valle dei Charizard è la prova che Ash ha imparato a lasciar andare.

È questo che rende quelle scene indimenticabili. Non sono solo scontri spettacolari o svolte di trama. Sono tappe di maturazione. Charizard non è solo il Pokémon più iconico perché vola e sputa fuoco. È iconico perché ha avuto un percorso. Ha sbagliato, si è ribellato, è cresciuto, ha scelto. Lo stesso tipo di parabola che, nella stessa infanzia, ci ha fatto credere che un portiere potesse essere invincibile non perché non prendesse mai gol, ma perché non smetteva mai di buttarsi.

E quando torna, più avanti nella serie, non è più il ribelle ingestibile. È un guerriero che ha trovato il suo posto. Forse è per questo che, ogni volta che rivediamo quelle puntate, sentiamo ancora qualcosa accendersi. Non è solo nostalgia. È la sensazione di aver visto, dentro un cartone animato, una storia di orgoglio, fiducia e libertà raccontata meglio di quanto ci aspettassimo.

E in mezzo a tutto, quel drago arancione che continua a volare.

Il Pokémon più amato da una generazione

Negli anni, Game Freak ha capito perfettamente cosa avesse tra le mani. Mega Evoluzioni, forma Gigamax, continue apparizioni, carte rarissime, merchandising infinito. Charizard è diventato il volto “adulto” di Pokémon, quello che piace anche a chi ha smesso di giocare ma non ha mai smesso di riconoscerlo.

È il Pokémon che dici di preferire quando vuoi dichiarare che Pokémon ti è rimasto dentro.
Alla fine, la verità è semplice: non è il Pokémon più forte, e probabilmente non lo è mai stato davvero. Ma è quello che più di tutti incarna il sogno di Pokémon. Volare, sputare fuoco, imporsi con stile. Non vince perché domina il meta, vince perché domina l’immaginario — lo stesso immaginario che, a reti invertite, avrebbe potuto avere tutt’altra faccia.

E forse è per questo che, anche quando lo diciamo sopravvalutato, continuiamo a sceglierlo. Perché certi miti non hanno bisogno di essere i migliori. Basta che siano indimenticabili.

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Marco Viscomi redattore Nerdophobia
Marco Viscomi

Ricordo ancora le corse sfrenate per tornare a casa e vedere Goku trasformarsi finalmente nel leggendario Super Saiyan, i pomeriggi delle elementari in compagnia degli amici per vedere Charizard di Ash fare il culo al Blastoise di Gary. Sono Marco Viscomi, un giornalista cresciuto a pane, anime e cultura pop. Millenial nel cuore, collaboro al progetto Nerdophobia con uno sguardo nostalgico a quei momenti che forse non torneranno più, ma che resteranno per sempre impressi dentro di me, gli anni d’oro